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Il Folk revival, anche noto con il termine inglese Roots revival (traduzione: risveglio delle radici) è una tendenza che vede musicisti, musicologi, etnomusicologi e ricercatori di vario tipo adoperarsi per raccogliere, conservare e riproporre le canzoni, gli strumenti musicali e gli stili musicali delle musiche di tradizione orale[1]. Se quindi da un lato, ricercatori e musicologi cercano un rigore anche filologico nel raccogliere, catalogare e conservare quelle canzoni senza autore e le cui origini si perdono nel tempo, i musicisti ricalcano spesso quello spirito riproponendo quei brani in modo non necessariamente filologico. In questo contesto, capita spesso che i musicisti del folk revival compongano brani propri ispirandosi ai diversi stili della musica folklorica ed andando a comporre nuove forme di musica folk inscrivibili nella popular music. Questa modalità espressiva viene spesso compresa nel genere della musica folk contemporanea.

L'esigenza di una ricerca delle radici, vide i suoi albori a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, sempre mossa da motivazioni politiche: "Il ricorrente motivo della riscoperta, attraverso la musica, di identità nazionali o locali (come nelle isole britanniche fin dall’inizio del secolo), si è alternato a tentativi di controllare dall’alto le espressioni artistiche popolari (come nell’Italia fascista o nei Paesi dell’Est Europa successivamente alla seconda guerra mondiale) e, nella seconda metà del secolo, alla ricerca nel folklore musicale di motivi intrinseci di contestazione politica e sociale"[2]

Il primo folk revival tra Gran Britannia ed Europa

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Francis James Child nel suo giardino di rose
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Lo stesso argomento in dettaglio: Folk revival britannico.

La tendenza denominata folk revival nacque negli ambienti accademici britannici ed europei della fine del XIX secolo. Tra i pionieri vi furono figure come Francis James Child (1825-1896), compilatore del The English and Scottish Popular Ballads (1882), Sabine Baring-Gould (1834–1924), Frank Kidson (1855–1926). In questo periodo in Gran Britannia nacquero associazioni come la Association for the Revival and Practice of Folk Music nel 1907[1] oppure la English Folk Dance and Song Society nel 1932[3][4]. In questo contesto, studiosi come Cecil Sharp, Maud Karpeles e Percy Grainger si dedicarono attivamente alla trascrizione (più tardi usando anche la registrazione), alla catalogazione ed alla pubblicazione a scopo didattico e divulgativo di canti e danze che si tramandavano per via orale[1].

Nello stesso periodo, lo stesso spirito d'intenti si andava muovendo anche in altre nazioni europee, alla ricerca delle origini e dello spirito del proprio popolo-nazione: Uno degli esempi più proficui fu quello ungherese, grazie al lavoro di studiosi e musicisti come Béla Bartók (1881-1945) e Zoltán Kodály (1882-1967)[1].

Il primo folk revival in Italia

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In Italia, se da un lato si muovono in questo senso studiosi e compositori come Alberto Favara e Leone Sinigaglia, dall'altro personaggi come Achille Schinelli si occupano di risvegliare l'anima folklorica tramite la compilazione del patrimonio a trasmissione orale ad uso divulgativo e scolastico[1]. Durante il ventennio fascista poi, la divulgazione della musica folklorica passava per i centri dell'Opera nazionale del dopolavoro che, sotto il diretto controllo del Partito fascista davano un concreto contributo nell'idealizzazione nazional-popolare delle espressioni tradizionali. Fu infatti in questo contesto, che nacque in Italia una rete di gruppi folkloristici sostenuti dal Ministero della cultura popolare, limitando nel contempo le espressioni più spontanee delle feste di piazza[1]. Ma la tradizione dei gruppi folklorici, che accomunerà molti paesi europei, continuerà in Italia anche nel dopoguerra, prima attraverso i centri ENAL e poi dal basso ed in modo spontaneo[1].

Il dopoguerra tra Stati Uniti ed Europa occidentale

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Il raccoglitore di canzoni folk John Avery Lomax stringe la mano al cantante di spirituals "Uncle" Rich Brown, in Alabama (1940)
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Lo stesso argomento in dettaglio: Folk revival americano.

Fin dagli anni '20 negli Stati Uniti i ricercatori ed etichette discografiche iniziarono a registrare e raccogliere i canti e le musiche delle classi lavoratrici. Figure come Charles Seeger e sua moglie Ruth Crawford Seeger, oppure John Lomax prima e suo figlio Alan Lomax poi, furono tra i pionieri della ricerca sul campo, accumulando raccolte di canzoni e scoprendo musicisti e testimonianze che avranno un grande influsso sulle generazioni successive del folk revival americano[1]. Numerosi sono poi i contatti tra il revival statunitense e il folk revival britannico, tanto che lo stesso Alan Lomax compirà ricerche in Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda, costruendo una nuova visione della musica folk, non più come emanazione del popolo-nazione, ma come archetipo della canzone di protesta e patrimonio delle classi lavoratrici e degli strati più umili della società[1]. Anche per questo motivo, la musica folk degli anni '60 diventerà la bandiera dell'anticonsumismo e dell'anticapitalismo, sposandosi con ideologie pacifiste ed egualitariste[1]. È questo il periodo in cui emergono autori come Pete Seeger, Joan Baez e Bob Dylan, in un percorso all'indietro che puntava lo sguardo verso la ricerca dell'origine e di un suono squisitamente acustico.

Se negli Stati Uniti, la ricerca delle origini volgeva lo sguardo verso generi come il blues, il country o il cajun, nel folk revival europeo si rintracciavano tendenze comuni: Da una parte la ricerca sugli stili e le lingue minoritarie (esempio: l'occitano o il corso in Francia, le lingue celtiche in Scozia e Irlanda), oppure dei dialetti locali, dall'altra un recupero degli strumenti tradizionali (esempio: strumenti a fiato policalamo, arpa celtica, ghironda, chitarra battente, organetto, kantele, tamburo a cornice)[1].

In questi anni si diversificano due filoni: da una parte un filone di studiosi e musicisti più legati ad un approccio filologico applicano metodi di ricerca rigorosi e scientifici, dall'altro gli artisti che spesso contaminano la musica folk con gli stili della popular music, creando anche brani originali[1] in seguito iscritti nel filone della musica folk contemporanea.

Il dopoguerra in italia

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Nel dopoguerra anche in Italia la musica folklorica inizia ad esser vista con occhi nuovi: Nella pubblicazione postuma Osservazioni sul folklore (1950) di Antonio Gramsci, si individua nella cultura delle classi lavoratrici una propria autonomia in conflitto con la cultura dominante. Si viene così legittimando anche nella penisola una lettura della musica folklorica come espressione primordiale della canzone politica e sociale[1]. In Apocalittici e integrati, Umberto Eco descrive così l'humus che andava formandosi attorno ad una nuova visione del folk revival[5]:

«Quando i Cantacronache iniziarono a comporre le loro canzoni, mobilitando parolieri come Calvino o Fortini, reinventando un folklore partigiano già velato da una nostalgia data dalla distanza, azzardando alcuni esempi di canzone polemica, volutamente oltraggiosa [...], quando i Cantacronache misero in circolazione i primi dischi o affrontarono una udienza di massa in alcune manifestazioni popolari, in Italia si avevano pochi tentativi isolati di persone di buona volontà. C'era il "caso Fo", il "caso Vanoni", c'era Roberto Leydi che presagiva una paziente riscoperta del folklore popolare (anarchico, risorgimentale, resistenziale, proletario), stava prendendo forma il "caso Betti". Ma erano appunto dei casi.»

(Umberto Eco, Apocalittici e integrati, 1964)

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I Cantacronache

Vanno così profilandosi anche in Italia due filoni di ricerca che si contrappongono alla canzonetta "gastronomica" (così Eco definisce la canzone di consumo) in stile sanremese: da una parte i ricercatori sul campo come Roberto Leydi o Gianni Bosio, che registrano le testimonianze dirette della canzone a trasmissione orale e le ripropongono nella loro cruda verità, dall'altro artisti che, spesso con l'aiuto di letterati e poeti, riprendono quegli stilemi in nuove composizioni rendendoli accessibili ad un gusto e ad un pubblico più popolare, come nel caso dei Cantacronache, oppure come Ornella Vanoni (che vantava la collaborazione di Strehler) oppure ancora come Laura Betti (che collaborava con Pasolini)[5]. In questo contesto, i Cantacronache sono tra i primi ad avere un repertorio che mescola canzoni della tradizione orale contadina ed operaia a canzoni di protesta autografe[1], diffondendole in un tessuto distributivo fatto di Case del Popolo, sedi sindacali e di partito e nella nascente rete dei circoli ARCI[6][7].

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Gianni Bosio nel 1971

Fu attorno alla figura dello storico Gianni Bosio e del suo Istituto Ernesto de Martino che si coaugulò un nucleo di ricercatori che, armati di magnetofono, andavano nelle campagne e nelle fabbriche a cercare i testimoni e registrare dalla loro viva voce. Tra i nomi più rilevanti in questo campo di ricerca c'erano Diego Carpitella e Roberto Leydi. Si va così formando un archivio di canti originali le cui origini si perdono nel tempo. E sempre grazie a Bosio, allora anche direttore delle Edizioni del Gallo, nasce la collana discografica I Dischi del Sole, con cui questi documenti venivano editati, resi pubblici e divulgati[1]. Il Nuovo Canzoniere Italiano era invece lo strumento con cui l'istituto collaborava con gli artisti e intellettuali alla realizzazione di spettacoli come Pietà l’è morta. La Resistenza nelle Canzoni (1964), Bella Ciao. Un programma di canzoni popolari italiane (1964), Ci ragiono e canto. Rappresentazione popolare in due tempi (1966)[1]. Ma in questo contesto presero le mosse importanti musicisti del folk revival italiano, che provenivano proprio da quel mondo proletario che li ispirava: come Giovanna Daffini che portava sul palco le canzoni che aveva appreso nel suo lavoro tra mondine e partigiani[8], come il Duo di Piadena, provenienti dal mondo artigiano ed operaio della provincia di Cremona[9] o ancora Matteo Salvatore, con un passato vissuto nella povertà estrema tra pastorizia e bracciantato[10]. Ma I Dischi del Sole si muovono anche verso la musica autografa di protesta con sonorità folk cantautorale, con autori come Gualtiero Bertelli, Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli. Nel 1967 lo spettacolo Sentite brava gente di Leydi e Carpitella tenutosi nel 1967 al Teatro Lirico di Milano mette sul palco i cantori del mondo contadino assieme ai musicisti, creando così un nuovo modo di concepire lo spettacolo folk[1].

Ma presto, il lavoro di questi pionieri espanderà la scena in numerose nuove esperienze in tutta la penisola: Nel 1967 nasce la Nuova Compagnia di Canto Popolare a Napoli ed il Canzoniere Internazionale di Leoncarlo Settimelli a Roma, nel 1968 nasce La Macina nell'anconetano, nel 1972 il Canzoniere del Lazio ed il Gruppo Folk Internazionale di Moni Ovadia a Milano, nel 1974 il Gruppo Operaio E' Zezi di Pomigliano d’Arco[1], nel 1975 il Il Canzoniere Piceno Popularia di Ascoli.

Il risveglio delle radici nel mondo

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  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 Serena Facci, Il folk music revival e la canzone politica, su treccani.it.
  2. Umberto Eco, 2014
  3. Ralph Vaughan Williams, The English Folk Dance and Song Society, in Ethnomusicology, vol.2, n.3, settembre 1958, pp.108–112.
  4. S. R. S. Pratt, The English Folk Dance and Song Society, in Journal of the Folklore Institute, vol.2, n.3, dicembre 1965, pp.294–299.
  5. 1 2 Umberto Eco, 1964,279-280
  6. Jacopo Tomatis, 2019.Parametro titolo vuoto o mancante (aiuto)
  7. Giuseppe Maurizio Arduino e Alice Garelli, Il cuore batte sempre a sinistra? Per una rinascita emozionale dei valori progressisti, Roma, Europa Edizioni, 2022, ISBN9791220136730.
  8. A Franco Trincale il premio Giovanna Daffini, in il Cantastorie, 53 (103), Milano, luglio 1997, pp.20-23 (archiviato dall'url originale il 6 gennaio 2023).
  9. Alessandro Bratus, Maurizio Corda, Fabio Guerreschi e Fabio Maruti, Duo di Piadena. Dall'osteria alla televisione, Cremona, Fantigrafica, 2018, ISBN8831949012.
  10. Mauro Geraci, Salvatore, Matteo, su treccani.it.
  • AA.VV., Storia della Civiltà Europea, a cura di Umberto Eco, EncycloMedia Publishers, 2014, ISBN978-8898828029.
  • AA.VV., La musica folk. Storie, protagonisti e documenti del revival in Italia, a cura di Goffredo Plastino, Il Saggiatore, 2016, ISBN9788865765128.
  • Czulinski, Winnie (2006). Drone On!: The High History of Celtic Music.
  • Umberto Eco, Apocalittici e integrati, 3ªed., Milano, Bompiani, 1989 [1964], ISBN88-452-1054-5.
  • Lyle, Emily B. (2001). Scottish Ballads.
  • Morrish, John, English Folk Dance and Song Society, Martin Carthy et al. (2007). The Folk Handbook: Working with Songs from the English Tradition.
  • Racy, A. J. (2004). Making Music in the Arab World: The Culture and Artistry of Tarab.
  • Rice, Timothy (1994). May It Fill Your Soul: Experiencing Bulgarian Music.
  • Rosenberg, Neil V. (1993). Bluegrass: A History.
  • Sawyers, June Skinner (2001). Celtic Music: A Complete Guide.
  • Smith, C. C. (1998). Spanish Ballads.
  • Jacopo Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Il Saggiatore, 2019, ISBN9788865766965.
  • Wilentz, Sean (2005). The Rose and the Briar: Death, Love and Liberty in the American Ballad.
  • Woods, Fred (1979). Folk Revival: The Rediscovery of a National Music. Poole, Dorset: Blandford Press. ISBN0-7137-0970-7.
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